Una giornata fra i campi
Giuseppe racconta il raccolto del grano duro 2010
Oggi non è Mafaldina a scrivere questo post, ma Giuseppe Di Martino, che ci racconta com’è andata la sua giornata di raccolta del grano duro.
«Giovedì 17 giugno abbiamo assistito al raccolto 2010. È stata una giornata densa di emozioni e di incontri, un tuffo nella realtà. Giornate come queste ti fanno fare pace con il tuo lavoro e con la vita.
La terra, quella vera, le facce degli uomini, le loro rughe, il caldo, le storie dei raccolti passati, la fatica, in una parola… il Grano.

In ritardo perché l’amico Pippo Onorati (regista, tra le tante altre cose, Dei Campi e degli ultimi miei misfatti) aveva perso il primo treno AV da Roma, abbiamo attraversato i campi che vanno da Lucera a Torremaggiore, a Casalvecchio della Daunia, ad una velocità supersonica, rimbalzando pericolosamente tra le buche e ammirando i paesaggi mozzafiato, scintillanti di giallo oro.
Vado spesso da quelle parti e ho portato con me tutto il team “Dei Campi” in più occasioni; vi invito a visitare questa zona a ridosso dell’Appennino Dauno, si viaggia su e giù per colline e pianure di una bellezza rara, dove da sempre si coltiva grano duro e dove la gente è fiera.

Arrivati al mulino De Vita, la prima cosa che abbiamo fatto, guidati da don Vincenzo De Vita, è stato affondare le mani fino al gomito nel grano appena raccolto dalla mietitrice e scaricato dai carrelli legati ai trattori nel silo orizzontale (qui sosta temporaneamente per raffreddarsi prima di essere definitivamente depositata in silos verticali di cemento). La fragranza, il calore secco che ti abbraccia, il piacere di farti passare i chicchi di grano tra le dita è indescrivibile, vale da solo il viaggio.

Al mulino c’è un viavai incredibile, sembra una strada cittadina nell’ora di punta, solo che al posto delle macchine ci sono carrelli multicolore legati a trattori o camion anni ’50 con a bordo i contadini “Dei Campi” vicini, tutti sorridenti e abbronzati, in canottiera o maglietta multicolore. Tutti si fermano alla pesa per registrarsi, il campione viene preso con il fondo di un secchio e guardato con attenzione da Nicola, lui decide la qualità, la comunica al contadino, cenno di assenso e quindi destina il grano duro a una zona del suo stock, a un silo e così via.
Noi quattro – io, Michele (il creativo), Pippo (regista) e Gianluca (poeta della telecamera) – convinciamo Nicola e suo padre a portarci tra i campi e lì tutto diventa semplice, tutto ti riporta di colpo in una dimensione umana. Anche la mietitrebbia e il carrello legato al trattore sembrano due fidanzati che adagio e sottobraccio passeggiano per i campi.

Don Vincenzo ci dice che una volta la mietitrebbia non aveva la cabina (e quindi neanche l’aria condizionata), che si saliva bianchi e al primo giro, se il vento era opposto, si era avvolti in una nuvola di polvere, terreno e sterpi che anche con gli occhialini da pilota dovevi fermarti a riposare gli occhi ad ogni passaggio, e a fine giornata eri nero. “Oggi – dice - sono bravi tutti” (io credo proprio di no).
In attesa della mietitrebbia io gioco con Michele a nascondermi tra le spighe che a momenti verranno tagliate, lui clicca più volte impietoso, poi don Vincenzo mi fa vedere delle spighe che ritiene di prima qualità, mi spiega il perché e sembra ovvio dopo che te lo ha detto. Il bello è che Nicola dieci minuti dopo fa lo stesso con delle altre spighe in un altro campo e i termini e gli aggettivi sono esattamente gli stessi. Mi chiedo quante generazioni di contadini abbiano fatto in quegli stessi punti le stesse considerazioni nostre e per quanti secoli quella terra è stata generosa allo stesso modo.


Si filma, si scatta, si prende il sole, si va in decine di campi e i contadini con cui abbiamo parlato nell’inverno, decidendo i protocolli di coltivazione, le qualità e i prezzi, sono lì felici e si fanno riprendere, abbandonando la loro timidezza… è il raccolto!!!
Ci vorranno dodici mesi per vederne un altro. Questo è nel carrello, ormai non può più scappare, la nebbia non può più ammalarlo, lo scirocco non produrrà la “stretta”, la pioggia non lo ammuffirà, la siccità non lo seccherà.


Tutto bene quest’anno nei nostri “Campi”: le proteine sono alte e tenaci, i colori sono splendidi, l’umidità al raccolto è sotto il 10%, non c’è possibilità di produrre micotossine, dannose e anche sgradevoli (amare) al gusto.
Tutto questo accade nel meridione d’Italia, e solamente qui, dove da millenni si coltiva grano duro che la terra conosce come un vecchio amico e che da millenni, anno dopo anno, restituisce agli uomini che lo sanno apprezzare, fragrante, fiero come la sua gente.

La giornata è quasi finita si torna in mulino. Lì ci aspettano Giusy, Francesca e Vincenzino (la famiglia di Nicola). Andiamo nel campo di fronte al mulino appena tagliato a fare quattro passi, Vincenzino corre e si diverte a farsi riprendere, Francesca, più timida, si schernisce protestando. Cerchiamo di far parlare don Vincenzo e Giusy, sotto il giudizio severo, ma non troppo, di Vincenzino che ride ogni volta che Giusy, sua madre, o don Vincenzo, suo nonno, si inceppano davanti alla telecamera e dobbiamo rifare la ripresa.

Io sono felice, davvero tanto, il Pastificio dei Campi era un sogno 5 anni fa, oggi ha il grano duro per il suo secondo anno di produzione, ora la prima parte è fatta, manca ancora molto alla tavola dei nostri clienti, ma questo è un altro racconto e un altro lavoro, ne riparleremo poi.»
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